Il collettivo f/ in mostra a Grottammare (AP)
by on Jun.16, 2011, under PHOTO, Uncategorized, VIDEO
1 Commento more...Rassegna fotografica del COLLETTIVO F/
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Collettivo f/: Grottammare ospita l’expo fotografico
L’estate a Grottammare è fatta di scatti, improvvisi ed emotivi, studiati e sperimentali, a volte raccontano viaggi fisici altre concetti, ricordi e percorsi, visionarie esplorazioni. Il Vicolo dei Pittori dal 24 giugno al 2 settembre 2011, ospita la carrellata velocissima dei 13 fotografi, un’esposizione progettata come manifesto pragmatico del Collettivo f/. Il 23 giugno alle 21.30 il vernissage d’apertura.
Il Collettivo f/ nasce a dicembre 2010 dalla ricerca di tutti i protagonisti, di un interlocutore privilegiato, il pubblico, capace di “possedere” e trasformare il personalissimo messaggio artistico, custodito dal mezzo fotografico. Il 23 giugno alle ore 21.30 con una collettiva temporanea a Grottammare, si apre la rassegna fotografica “Collettivo f/”, il manifesto fotografico del neonato gruppo di appassionati, professionisti, artisti dell’immagine che per due mesi trasformerà il Vicolo dei Pittori in un expo a tutti gli effetti. L’evento nato dalla collaborazione fra lo “Spazio Venieri” e il Collettivo f/, è stato patrocinato dal Comune di Grottammare e fortemente voluto dall’Assessore alla Cultura della cittadina, Enrico Piergallini. All’interno del vernissage d’apertura ogni fotografo presenterà un’istantanea di quello che per due mesi avremmo l’occasione di por vedere nel Vicolo dei Pittori, inoltre musica e spettacolo per inaugurare la vetrina fotografica.
“La fotografia si fa vedere!”. Questo è il leitmotiv che spinge 13 fotografi del territorio Piceno a fondare il Collettivo f/. I fotografi vengono da formazioni e contesti diversi chi dalla foto commerciale, chi dal reportage, chi da scuole fotografiche, chi da maestri privati o da un percorso autodidattico, qualcuno lavora con l”immagine nei settori foto, grafica, stampa. Insieme esibiscono le loro opere in mostre collettive o minipersonali all’interno di un unico progetto espositivo, proponendo tecniche, temi e concetti artistici molto differenti fra loro. Tutti sentono il bisogno di esprimersi attraverso la fotografia al di là delle scelte professionali. Le linee guida del gruppo sono caratterizzate dall’apertura verso il pubblico, dalla disponibilità allo scambio tecnico ed artistico e dal confronto continuo con le diverse realtà fotografiche presenti sul territorio, con un’attenzione particolare per l’espressività della fotografia a livello comunicativo.
Il fil rouge che lega le 13 personalità, è la passione per l’attimo dello scatto e per tutto quello che quel breve frammento di tempo può raccontare. Fotografi si, ma soprattutto creativi. Gli obiettivi sono diversi come diverse sono le personalità che costituiscono il collettivo.
Ed è così, dopo l’intreccio dei lunghi percorsi eterogenei che il Collettivo f/ si manifesta attraverso l’omonima rassegna fotografica, ideata e progettata ad hoc per il caratteristico vicolo grottammarese. Gli scatti dei 13 autori andranno ad inserirsi in un programma articolato costruito “a due a due” e singolarmente, dal 24 giugno al 2 settembre 2011, con il proposito di far conoscere al pubblico “l’esigenza fotografica”.
In mostra alla rassegna, opere su carta incorniciata, opere stampate su alluminio, opere in bianco e nero e a colore, tecniche miste. Temi proposti? Nudo accademico in bianco e nero, paesaggio naturalistico puro, ritratto giornalistico, astratto minimalista, paesaggio industriale, reportage da viaggio, foto processing. E questo è solo un indizio di quello che in sede del vicolo, verrà presentato.
“Ognuno di noi ha scelto cosa esporre, non avendo punti di vista in comune, quello che ci accomuna è la nostra individualità. Tutte le molteplici sfaccettature della fotografia.
Il collettivo è ricco proprio perché non si pone limiti nelle scelte individuali.” Collettivo f/
Sara Genny Michetti, Alessandra Mandozzi, Dante Marcos Spurio, Alessia Alesiani, Francesca Marchetti, Sabine Meyer, Luigi Curzi, Lara Pignotti, Peppe Di Caro, Patrizia Malizia, Lanfranco Valori, Fabio Pieralisi e Fabrizio de Fabiis, sono i componenti del giovane collettivo che ad oggi ha già due rassegne al suo attivo e tutta una lunga serie di appuntamenti già fissati lungo la Riviera, sino ad ottobre.
La mostra sarà aperta tutti i giorni dal 24 giugno al 2 settembre 2011, dalle 18.30 alle 24.00, presso il Vicolo dei Pittori, Grottammare (AP), in caso di pioggia le fotografie non verranno esposte.
Per info sul Collettivo f / collettivof@gmail.com
Sabine Meyer Cell 346 3508517
Ufficio Stampa Giuseppina Pica Cell 349.5784652
Giuseppina.pica@ilquotidia
COLLETTIVO F/ IN MOSTRA A GROTTAMMARE
Colourful RIOT project – Emergenza artistica
by Matilda on Oct.11, 2010, under ARTWORKS
Lo scopo di questa iniziativa è quello di far emergere artisti ambiziosi.
Abbiamo pensato di far ciò attraverso una selezione, l’appello è rivolto a tutti coloro che hanno qualcosa da dire attraverso la PITTURA.
I selezionati parteciperanno ad uno o più aperitivi culturali/artistici in cui dovranno dipingere in base ad una tematica prestabilita.
I partecipanti, già muniti di bozzetti mostreranno in pubblico, durante queste serate, la realizzazione della loro opera.
Una giuria, deciderà un vincitore, il quale avrà l’occasione di esporre le sue opere in una mostra organizzata dall’associazione.
Il tutto avverrà nel territorio della provincia di Ascoli Piceno.
SELEZIONE:
MANDACI UNA O PIU OPERE DA TE REALIZZATE.
IL TEMA E LA TECNICA,OVVIAMENTE SONO LIBERI.
Per invio opere e informazioni scrivi a: info@luceallombra.it
Didgeridoo, Storyteller tool
by Juan Carlos on Sep.04, 2010, under MUSIC

Il Didgeridoo (Didgeridù, Didjeridoo) nasce nel Nord Australia dagli aborigeni. E’ uno strumento molto antico, alcuni sostengono che possa risalire fino a 20’000 anni fa ed è chiamato in circa 50 modi diversi (almeno cosi sostiene il nostro amico Wiki, ma penso che venga chiamato in più modi datosi che esistono circa 300 dialetti diversi.): djalupu, djubini, ganbag, gamalag, maluk, yirago, yiraki.
Il nome più usato dagli aborigeni è Yidaki, mentre ”Didgeridoo” è una parola di origine onomatopeica con la quale noi occidentali chiamiamo questo strumento. Onomatopeica perchè proviene da un suono che solitamente viene prodotto dagli aborigeni quando suonano questo strumento: DID-GE-RI-DOO-DID-GE-RI-DOO-DID-GE-RI-DOO…
Il Didgeridoo viene spesso usato in molti rituali aborigeni, in particolare in quello dell’iniziazione dei maschi (in alcune tribù è vietato l’uso del Didgeridoo per le donne) dove raffigura il ”Serpente Arcobaleno”, l’animale Totemico che ha creato la vita nel mondo. Gli aborigeni raccontano che il suono del Didgeridoo è lo stesso verso di Yurlunggur, il cosiddetto serpente arcobaleno.
Gli Aborigeni non parlano attraverso parole, ma attraverso dei suoni emessi dalla bocca e dal naso, ed è proprio questo il principio della ritmica aborigena: oltre all’emissione del suono provocato dalla percussione anceolare delle labbra (simile ad un ancia) sul legno che vibra e amplifica il suono in maniera circolare e panoramica, gli aborigeni creano ritmi molto suggestivi e particolarmente articolati e complessi, impercettibili da un orecchio poco attento, grazie all’ emissione di suoni, parlano al loro interno e inoltre simulano i versi degli animali.
Inoltre è necessario utilizzare la respirazione circolare, una tecnica complessa che richiede concentrazione e tempo prima che si possa immparare perfettamente.
Consiste in poche parole nell’esalazione e l’inalazione contemporanea, una coordinazione più mentale che fisica, ed è la tecnica che permette l’emissione del suono senza intermittenze, rendendo famoso questo strumento per il suo suono ipnotico e per la sua enorme difficoltà nel suonarlo. Ecco come viene suonato questo strumento in modo tradizionale da un aborigeno (consiglio di utilizzare le cuffie per assaporare tutti i colori del suono di questo magico strumento):
La respirazione circolare richiede, in principio, una grande concentrazione; ma una volta imparata, diventa spontanea ed automatica. Usando la bocca, come fosse una sacca piena d’aria, simile a quella della cornamusa, si soffia con molta pressione, sfruttando guance e lingua, e cercando al tempo stesso di “rapire” brevi respiri attraverso il naso. In questo video viene spiegato perfettamente passo dopo passo, come raggiungere la perfetta esecuzione di questa tecnica (grazie a questo video ho imparato in circa 3 ore, ma non è facile, richiede MOLTA concentrazione, è tutta questione di coordinazione, non c’è nulla di così trascendentale!)
E’ uno strumento che si ottiene da un ramo in Eucalipto scavato dalle termiti, che si cibano del midollo al suo interno trasformando il ramo in un vero e proprio tubo in legno. Ovviamente solo dopo l’intervento dell’uomo che ripulisce e adatta il ramo e la sua imboccatura, può essere suonato. La lunghezza e la larghezza, la conicità del ramo, l’ampiezza della campana alla sua base, la durezza e il tipo di legno sono i fattori che determinano la tonalità, il timbro, l’intensità e la modulazione del suono. Ecco un esempio di Didgeridoo:

Non si utilizzano solo i rami, ma tutto ciò che viene attaccato dalle termiti, che si nutrono solo delle parti della pianta che si staccano, rendendo il midollo vulnerabile essendo scoperto. Infatti vengono ricavati anche dalle radici, da un ramo attaccato al tronco, da due rami insieme, ottenendo così i Didgeridoo dalle forme piu strane. Ecco alcuni esempi:



Oltre alle forme, affascinanti sono anche le decorazioni, che raccontano sempre delle storie, dei sogni, raffigurano mappe, animali e totem e a volte riportano scene appartenenti all’epoca del Dreamtime, il periodo definito dagli aborigeni come l’epoca antecedente alla creazione (o alla formazione) del mondo. Esso è al contempo elemento comune e unificante delle numerose e diverse tradizioni culturali aborigene, sviluppatesi nelle diverse regioni del continente, e giustificazione mitica delle differenze fra di esse. Questo magico strumento è infatti affascinante proprio perchè è il mezzo che espone maggiormente l’Arte Aborigena, famosa per il suo stile in puntinismo e per i suoi colori caldi e inconfondibili e si differenzia nei particolari da tribù a tribù. I Didgeridoo tradizionali vengono dipinti con colori natulari, riconoscibili per la loro lucentezza e per la vivacità, oggi invece vengono dipinti con colori acrilici per la sua resistenza e per la durata nel tempo. Ecco alcuni esempi:








Oggi, nella nostra civiltà, Il Didgeridoo viene studiato da molti musicisti, diventando sempre più uno strumento sperimentale e ricercato. Viene addirittura utilizzato nella Musicoterapia, anche se non è ancora stato ufficialmente riconosciuto come strumento musicoterapeutico, ma comunque molte sono le testimonianze positive. Anche il materiale per la costruzione è soggetta a notevoli sperimentazioni. Viene ad esempio costruito con qualsiasi legno (adatto ovviamente):
>Legno di Ciliegio<
>Legno di Albicocca<
>Bambù<
Alcuni hanno sperimentato un materiale molto interessante, usato anche per costruire molti altri strumenti musicali poco ortodossi ma d'avvero fichi, il PVC:
Qualcuno ha sperimentato la ceramica ottenendo risultati notevoli:

Altri invece, dei veri e propri esibizionisti (quelli purtroppo ci sono anche in questo campo…) si fanno costruire il Didgeridoo in Cristallo…

E’ facile trovare un suonatore di Didgeridoo per le strade delle grandi città, e vengono organizzate molte manifestazioni in tutto il mondo che espongono il Didgeridoo e l’arte aborigena, con la partecipazione di artisti sia aborigeni che internazionali. In Italia è molto famoso il ”DidjinOZ” che passa ormai alla sua ottava edizione e si svolge a Forlimpopoli.
Alcuni artisti contemporanei sono fantastici, quasi disumani nel suonare questo strumento. Io ho imparato tanto da questo strumento e i risultati che sto ottenendo in poco tempo (ho cominciato a giugno del 2010) sono formidabili . Tutto ciò lo devo a Dubravko Lapaine, secondo me il miglior suonatore di Didgeridoo al mondo. Mi sono ispirato moltissimo a lui cerco sempre di imparare qualcosa da ogni suono che emette. Ecco un video del DidjinOZ dove si esibisce:
Dubravko Lapaine, nato a Zagreb, Croazia, è considerato uno dei migliori
suonatori di didgeridoo contemporaneo con uno stile molto particolare che lo
caratterizza.
Dal 2005 egli è apparso in molti concerti e festival in tutta la Croazia e l’Europa.
Utilizzando come fonte di ispirazione i ritmi dispari Balcanici ha sviluppato il suo
concetto di ritmo e di espressione in un linguaggio musicale ricco di melodie e ritmi unici, rendendo il suo stile unico che
accompagnato con combinazioni di gesti, racconti e poesie afferra e accompagna il pubblico in un
viaggio e attraverso la sua visione del mondo.
Dubravko utilizza fino a dieci didjeridoo diversi durante la sua performance, e ciascuno di loro ha una tonalità e un suono particolare, un nome e una propria storia.
Il suo Record è un didgeridoo composto lungo 10 metri, con frequenze che raggiungono i 20 Hrz (soglia della percezione umana).
In più fa parte di un gruppo eccezionale, i >Druyd< composto da 3 soli elementi: Didgeridoo che svolge il ruolo ritmico e in parte anche melodico; Chitarra con melodie affascinanti e profonde; Voce (una ragazza) affascinante e suggestiva, fonde il tutto in un’unica entità, trasportando l’ascoltatore in un vero e proprio viaggio…
Per MOLTE ALTRE informazioni sul Didgeridoo ecco un po di Link:
Un Amico nonchè un artista: Taudio
Aborigenal Trip
Un bel sito: Didgeridoo.it
Dubravko Lapaine
Dubravko Lapaine Myspace
Druyd
Druyd Myspace
BUONE VIBRAZIONI!
Tom Waits by Anton Corbijn
by Giorgio on Aug.22, 2010, under MUSIC, PHOTO, VIDEO
1 Commento :Anton Corbijn, Tom Waits more...Gringa
by Giorgio on Aug.08, 2010, under PHOTO
Un cane corre
Un cane va
Le orecchie volano
La lingua penzola
Luce l’accompagna
Il mare assiste indifferente
Record a Gaza: quasi 4000 aquiloni in cielo !
by Giorgio on Jul.31, 2010, under WORDS
Profumo di libertà nel cielo di Gaza.
Battuto un record già vinto l’anno scorso con 6200 bambini in azione …
Guarda le foto QUI
it’s always been you (studio version)
by Giorgio on Jul.23, 2010, under MUSIC
Grazie a Edmond Schmidt che ci ha riportato
“A fond memory from Canada.”
***
Hello and welcome.
This is a studio recording of a poem by Soheyl Dahi.
www.soredove.com
Recorded recently in Toronto with some old high school friends drummer Joe Marquez and guitarist Dean Mazzolin. After 26 years of not seeing them nor Canada, i thought this might be a nice way to ease me back into it. A very emotional experience. Thanks Dean, Thanks Joe.
On the bass and mixer is joe Lima of the big room recording studio.
Thanks Joe.
http://www.bigroomstudio.com
Hope you enjoy.
All comments,invites,shares,subs most welcome.
Cheers,
Everreadyyy
It’s always been you
‘I thought it was you’,
I said, but I lied.
I didn’t even see you.
Spotting me from the window
eating my lunch.
of solitude.
Reading my paper.
Racing through headlines
and not remembering a word.
Dressed in black
mourning my Father,
I shared my lunch
with you.
And now I am here
And you are here
and we have defeated the Gods
to make it this far
Then we took a walk
you made fun of my sandals
You made me laugh I didn’t mind
because it was you.
Walk with me
The rest of the way
I want to hear
Your laughter again.
Walk with me
The rest of the way
I want to hear
that laughter again.
And now I am here
And you are here
and we have defeated the Gods
to make it this far
to make it this far.
***
Big Heart
by Giorgio on Jul.20, 2010, under MUSIC, VIDEO
Siamo quello che mangiamo, vero?
by Giorgio on Jul.20, 2010, under WORDS
La rivoluzione in un piatto di riso, in un refolo di vento
Masanobu Fukuoka – La rivoluzione del filo di paglia – Quaderni D’Ontignano – Liberia Editrice Fiorentina – 1980
Siamo in tanti ad affondare la forchetta nel piatto di riso fumante, il “pezzo forte” della nostra cena fra amici, ed i commenti sono entusiasti: certo – aggiungo – un conto è comprare le verdure al supermercato, un altro raccoglierle fresche, dall’orto. E’ tutta un’altra storia di gusti per il palato: come in una sinfonia, si perde il sentore d’ogni singolo strumento per giungere all’armonia, alla magia del concerto.
Talvolta, il concerto è per violino ed orchestra o per pianoforte ed orchestra – così come il risotto può essere con i peperoni o con i funghi, solisti che spiccano – ma non è questo il caso: i piccoli peperoni verdi, accompagnati da mezzo peperoncino piccante, non ce la fanno a “sforare” l’armonia della cipolla, dell’aglio, del sedano…se desiderate provarlo, la ricetta è in nota[1]. I costi sono irrisori, se si ha un orto.
La conversazione, però, s’allontana presto dalla culinaria per indagare altre armonie, per capire se quel modesto piatto di riso sia soltanto il sollucchero di una calda serata estiva, oppure se rappresenta qualcosa di più.
E’ presto detto – aggiungo – in quanti siamo? In dieci. Abbiamo un poco “abbondato”: due etti di riso a testa, più le verdure, facciamo tre chili in tutto di materiale organico vegetale (il caciocavallo è un optional, così come un filetto d’acciuga se qualcuno vuole metterlo). Nessuno, qui, è vegetariano o vegano.
Se avessimo mangiato della carne alla brace, poniamo una misera braciola da 100 grammi (proprio piccina), per produrla sarebbero stati necessari almeno 1,5 Kg d’alimenti vegetali: il rapporto, la “resa” nella trasformazione da alimento vegetale ad alimento animale (ossia carne), varia dal 5 al 10%, ossia da 20 : 1 a 10 : 1, questo secondo il tipo d’animale, le modalità d’allevamento, i vegetali utilizzati, ecc.
La questione è complessa, giacché ci sono le parti non utilizzabili degli animali e dei vegetali (che spostano il “vantaggio” energetico ancor più a favore dei vegetali): la parte utilizzabile del riso è solo la metà circa della pianta, ma il resto sarebbe un ottimo combustibile ai fini energetici, così come gli scarti vegetali – se avviati al compostaggio – si trasformano in ottimo concime per l’anno venturo.
Lo scheletro dell’animale e tante altre parti seguono la “filiera” dell’industria dei saponi, delle colle, della cosmesi… ma stasera fa caldo e non desideriamo andare oltre: facciamo una media di 1 : 15 e chiudiamola qui.
Quel misero chiletto di carne (costo, più di 10 euro) – che, a 100 g a testa, avrebbe lasciato l’appetito quasi intatto – rappresenta, in termini di vegetali, 15 Kg d’alimenti.
Dopo quel “corposo” risotto abbiamo continuato con pomodori, insalata, zucchine in carpione e frittelle di fiori di zucca. Costo: meno di 1 euro a testa. Alla fine, un buon digestivo perché eravamo satolli come lattanti che s’erano prodigati al seno.
Nonostante tutti i nostri sforzi, non siamo riusciti ad andare oltre i 5 Kg d’alimenti (a largheggiare…) ed eravamo sazi: non era minimamente concepibile giungere alla “soglia” dei 15 Kg.
La riflessione successiva è stata più “politica”: ma guarda te che strano – ha aggiunto qualcuno – proprio noi occidentali che corriamo in macelleria ed in pescheria per riempire le sporte, siamo quelli che si lamentano per gli equilibri maltusiani. E lo facciamo nei confronti di popolazioni che, storicamente, sono vissute con diete composte principalmente da vegetali: i neri e gli orientali, rispetto agli occidentali, hanno (avevano?) fisici da sogno.
Aspetto curioso – aggiunge un altro – dopo aver fatto la coda in macelleria ed in pescheria, ci “accodiamo” dal medico per farci prescrivere le analisi del colesterolo.
I record di longevità – ricordalo, Gianluca Freda, così non ci farai più prendere dei coccoloni -)) – sono dei Paesi che attuano diete prevalentemente a base di vegetali. Il Giappone, ad esempio, ma anche la dieta mediterranea.
In termini culinario/musicali, dunque, la dieta carnea monotematica è come essere dei “critici” che preferiscono nutrirsi di singoli “assoli” di questo o di quello strumento, senza mai cimentarsi con il componimento sinfonico od operistico.
Il risultato – per questa povera e disgraziata Gaia, che deve sopportarci – è che dobbiamo moltiplicare, in peso, ogni cosa che ficchiamo in bocca x 15 e, notizie di corridoio, pare che Gaia si stia incazzando, e non poco.
Ogni cosa che viene prodotta necessita, poi, della sua razione d’energia…e allora…via con le petroliere squarciate sugli scogli, che pisciano greggio per miglia e miglia in mare (avvelenando tutto per secoli), oppure avanti con gli “sfinteri” sottomarini che continuano a scagazzare!
Anche queste faccende degli “sfinteri impazziti” non sono casuali: Colin Campbell – mica l’ultimo scemo del villaggio, è quello che ha praticamente scoperto il petrolio nel Mare del Nord – aveva messo in guardia per tempo.
La forsennata ricerca di petrolio avrebbe condotto – parole sue – ad “impiegare l’energia di due barili di petrolio per estrarne uno”.
Oppure, ad andarlo a cercare in posti limitrofi all’inferno: quando succede un guaio come quello del Golfo del Messico, non si può andare in fondo al mare con la chiave da 10 a chiudere la valvola.
Ma, se dalle holding dell’energia giungono premi a profusione per chi scopre un giacimento, siate sicuri che verranno a trivellare, prima o dopo, anche la vostra fossa biologica. Se c’è del metano…
Insomma, un mondo di pazzi che non sa riconoscere l’evidenza: la scienza e la tecnologia ci stanno regalando la possibilità di ricavare il fabbisogno energetico da fonti naturali. La differenza fra il paradiso di un’economia “pulita” (P3 italiana a parte) e l’inferno dei vari “Golfi” petroliferi, passa per un’inezia: chiedere, esigere, urlare, propagandare che un altro modo di vivere è possibile. Un mondo più sereno, per tutti.
Per qualcuno è una notizia terribile: ve l’immaginate, il Ciad che diventa una potenza economica per l’esportazione d’energia elettrica di fonte termodinamica o fotovoltaica? Le isole Spitzbergen che, con l’eolico, alimentano mezza Europa?
No, non si può fare, non si deve fare: e trivellate questa fossa della Marianne, mannaggia! Laggiù ci sarà tanto petrolio da campare ancora per decenni e pagare migliaia di giornalisti che sputtanino le rinnovabili! A metterci il “tappo” manderemo il batiscafo Trieste, non vi preoccupate.
Quei maledetti delle rinnovabili sono dei sognatori, non dimenticatelo! Dovete impestare ogni giornale ed ogni sito Web di notizie – vere o false poco importa – altrimenti, questi ci fottono!
Persino la flebile voce di Tremorti blatera[2] – sembra quasi dall’oltretomba (per favore, meno chiacchiere insulse ed inutili sproloqui latini) – per salvare l’ENI dalle “grinfie” di Obama o di chissà chi altro (aggiungendo che l’Italia non è, storicamente, terra di mulini a vento: sempre “storicamente”, è terra d’antenne televisive e d’automobili? Ma va là, Tremorti del picchio, torna alla tua calcolatrice…): questi mestatori nel torbido, dimenticano che la proprietà dell’ENI ed il suo business non sono due insiemi rigidi e completamente sovrapposti.
Un uomo come Mattei, oggi, diversificherebbe semplicemente la destinazione: tot al tradizionale (che sta scemando) e tot alle rinnovabili (sicuramente in ascesa). Già, ma Scaroni non è Mattei, e Tremorti non è nemmeno il Mago Zurlì.
Già, maledetti sostenitori delle rinnovabili, ma come alimentate i motori? Come fate navigare una nave?
Guarda a caso, la conversazione – a tavola – prosegue su temi meno culinari ed al convivio più cari: come vanno i lavori sulla Gretel? Eh, si gratta: a forza di grattar ruggine, dovrò aggiungere qualche quintale di zavorra…
Lo sapete che i tedeschi hanno sperimentato la prima nave con propulsione ausiliaria a vela[3]? Aggiunge un ospite. Di più: confortati dal risparmio di carburante, stanno sperimentando “torri” eoliche ad asse verticale per uso navale, con l’obiettivo di giungere al 50% di risparmio energetico!
In fin dei conti – rifletto – non è mica l’Uovo di Colombo. Un veliero non ha difficoltà, con venti di media intensità, a navigare a 5-6 nodi: il problema è la direzione del vento, che non a tutte le andature è così vantaggioso.
Un sistema di captazione eolico, invece, se ne frega della direzione del vento: paradossalmente, raccoglierà la stessa energia con vento di prua (0°) oppure di poppa (180°) e la trasferirà ai motori (elettrici) oppure ad un sistema d’accumulo, batterie oppure (meglio) elettrolisi ed idrogeno compresso.
Ma si può fare di meglio.
Mi torna alla mente un piccolo mercantile che presi in esame quando scrissi “Il futuro dei trasporti”[4]: un centinaio di metri fuori tutto, una decina circa al baglio maestro (larghezza). Ottimo coefficiente di finezza, aggiungerete voi: no, sono le dimensioni necessarie per transitare nella rete dei canali europea.
Navi del genere possono navigare sia nelle acque interne, sia in mare per il cabotaggio: normalmente, distribuiscono nei piccoli e medi porti il carico delle grandi portacontainer, che seguono una rotta pressappoco equatoriale e toccano pochissimi porti per continente.
Navi del genere hanno apparato motore diesel ed una potenza installata di circa 2.000 CV, che corrispondono a circa 1470 KW.
Il motore diesel, però, in navigazione – ossia alla velocità di crociera, in genere intorno ai 12-15 nodi (nelle acque interne 10) – viene utilizzato al 60% della potenza, giacché quella è la rotazione più vantaggiosa ai fini del risparmio energetico e per la longevità del motore stesso. La massima potenza serve soltanto in caso d’emergenze.
La nostra nave, quindi – se avrà trazione elettrica – necessiterà di una potenza continuativa di circa 880 KW che alimenterà un motore, mentre un altro motore (collegato all’asse con giunto Vulcan o similari) servirà per gli spunti di potenza ed un terzo – di minor potenza – per la navigazione nelle acque interne.
Ipotizzando che la nave sia dotata di due aerogeneratori ad asse orizzontale – quelli comuni, l’asse verticale potrebbe essere preferito per questioni tecniche, ma non è questo il problema – della potenza di 400 KW ciascuno, sistemati a prua ed a poppa ed abbattibili mediante bracci oleodinamici (per navigare nelle acque interne), quanta energia capterebbe in mare?
Siccome in mare il CESI stima[5] (pare che l’atlante eolico on line sia sparito, potenza dell’ENI!) una resa di 3.000 ore l’anno alla massima potenza (le ore annue sono 8.760), siamo all’incirca ad un terzo della produzione rispetto alla potenza di picco.
800 KW di potenza installata, quindi, renderebbero in media 270 KWh, circa un terzo dell’energia necessaria per spingere la nave alla velocità di 12-15 nodi e, questo, perché la Fisica rimane sempre la stessa: con la sola spinta prodotta dagli aerogeneratori, la nave raggiungerebbe gli stessi 5-6 nodi di un veliero. Con il vantaggio, però, di non essere soggetta alla direzione del vento.
Ma, con un po’ d’intelligenza, si potrebbe far di meglio.
Si potrebbe scegliere una velocità pari a quella dei velieri, e chiuderla lì.
In alternativa, con serbatoi d’idrogeno compresso, la nave potrebbe raggiungere (pila a combustibile) gli stessi 12-15 nodi: non dimentichiamo però che, alla fonda od in porto per le operazioni di carico/scarico, gli stessi aerogeneratori potrebbero ripristinare una parte della riserva d’Idrogeno, oppure essere collegati alla rete terrestre in un quadro di conto energia. E, fare rifornimento d’Idrogeno dalla stessa rete, con idrogeno prodotto con energia rinnovabile.
Insomma, come potrete notare, non è la tecnologia a mancare: manca il pensiero, quello che ci dice – semplicemente – che un’auto elettrica con recupero d’energia in frenata e pannello fotovoltaico[6] – consumerebbe probabilmente il 50% dell’energia rispetto ad un motore a scoppio. Per il semplice fatto che un’auto elettrica, ferma in coda, non consuma nulla e l’energia sprecata in coda in autostrada, ai semafori, è enorme. Ma non si deve dire, altrimenti i “santoni” dell’industria automobilistica – legati come bestie al “carro” petrolifero – s’incazzano.
Sono tante le cose che non si devono dire, eppure le raccontiamo.
Le ex aree militari interne alle grandi città, potrebbero diventare orti cooperativi – per le campagne e le medie città il problema non esiste, ci sono le periferie – ma furono “passate” dal demanio militare allo Stato durante l’ultimo governo Prodi: la gran “reggente” dell’operazione fu l’architetto Spitz. Chi è l’architetto Spitz? La moglie di Marco Follini[7]. Pensa te che sorpresa.
Eppure, quelle aree sarebbero state preziose – le caserme prevedevano sempre ampie aree per l’addestramento – per creare una “rete” di cooperative produttori/consumatori, con lo scopo di produrre erbaggi ed altre colture orticole in aree interne alle città, con il gran vantaggio d’accorciare la “filiera” degli ortaggi, quasi completamente in mano alle mafie[8]. In città c’è inquinamento? Gli ortaggi sarebbero inquinati? Provate con le auto elettriche!
Ma, al suo insediamento nel 2001, il secondo governo Berlusconi aveva agito subito con una specifica legge[9], datata Ottobre 2001, con la quale si cancellava la figura del socio-lavoratore nelle cooperative, lasciano intatto – ovviamente – il potere delle grandi e fasulle cooperative le quali, con le vere cooperative di lavoro e di consumo – per come furono pensate dai nostri padri e dai nostri nonni – non hanno nulla a che fare.
Come potrete notare, hanno smantellato quel poco che la Costituzione del 1947 aveva introdotto per consentire agli italiani delle facoltà di scelta, fra un sistema totalmente privato ed uno sociale/cooperativo: gran parte dell’opera non è nemmeno farina del loro sacco, bensì del programma della P2.
Oggi, la nostra dignitosa sopravvivenza sta tutta nella capacità che avremo di analizzare, discutere e propagare la visione di un altro mondo, perché un altro mondo è possibile. Non sottovalutiamo la forza delle idee che si propagano: sono loro, le idee, le basi delle rivoluzioni.
E’ anzitutto necessario riflettere sulle possibilità che hanno ancora le famiglie di sopravvivere ad una simile pressione economico/politica – non a caso difendono la famiglia come “pietra” basilare della costruzione “cristiana”, dimenticando che all’epoca del Cristo la “famiglia” era più simile a quello che oggi identifichiamo come “clan”, quando vogliono ci “marciano” pure col Cristo – poiché forme di famiglia “allargata” rendono più immuni alle loro offensive liberiste.
Una famiglia di tre persone, dove entra uno stipendio, è ben diversa da un nucleo di 15 persone dove entrano 5 stipendi: loro praticano le “economie di scala” nel quadro della globalizzazione. Proviamo anche noi ad attuarle nel quadro della nostra rivoluzione.
Le strade per raggiungere questi obiettivi possono essere tante: dal movimento delle “Transitinon Town”[10] a soluzioni più “caserecce”, come l’acquisto in cooperativa di un casale abbandonato, mantenendo le peculiarità della famiglia, ma stemperandole in una vita di gruppo. Prima di diventare degli avamposti di Tzahal, il movimento dei kibbutzim era questo.
Oppure, creare dei movimenti in città, per chiedere l’assegnazione di aree industriali od altro dimesse – sia chiaro, chi sporca pulisce, quindi renderle come le trovarono, senza cemento & affini – per creare le cooperative di produzione/consumo di prodotti vegetali.
L’unico sconforto, se ancora abbiamo le palle, al quale non dobbiamo concederci è quello di pensare che nulla sia possibile: tutto è possibile per la nostra rivoluzione, basta volerlo.
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[3] Vedi: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/mare/grubrica.asp?ID_blog=97&ID_articolo=713&ID_sezione=271&sezione=
[4] Vedi: http://www.macrolibrarsi.it/ebooks/ebooks-il-futuro-dei-trasporti.php
[5] Vedi: http://www.ricercadisistema.it/pagine/notiziedoc/61/index.htm
[6] Vedi: http://www.disinformazione.it/automobile_futuro.htm
[7] Fonte: http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/politica/governo-fiducia/moglie-follini/moglie-follini.html
[8] Vedi: http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2083504
[9] Vedi: http://gazzette.comune.jesi.an.it/2001/234/1.htm
[10] Vedi: http://transitionitalia.wordpress.com/









